lunedì 30 maggio 2016

Sono ciò che voglio

Percezione e ricordi
Abbiamo appurato che i sensi percepiscono una serie di dati all'interno di certi valori possibili (niente ultrasuoni, infrarossi, ultravioletti, dettagli microscopici eccetera). Abbiamo inoltre appurato che questi dati a volte sono anche errati (errori di parallasse, echi, effetti ottici, sovraccarichi ecc)
Abbiamo appurato che con questi dati, sono costretto ad ipotizzare una realtà, per muovermi ed agire in essa. Questa realtà rappresentata può essere più o meno “azzeccata”, più o meno “congruente o coerente”. Ma ovviamente, essendo basata su dati incompleti, dubbiosi e a volte proprio errati, non può essere perfetta né isomorfica alla realtà stessa.
Abbiamo appurato che, così come nel livello di sonno la coscienza prende dei dati provenienti dai sensi e li struttura in modo da renderli coerenti con il livello di sonno in cui si trova (trasformandoli ad esempio in immagini oniriche), così la coscienza in veglia prende dati provenienti dai sensi e li struttura in modo da renderli coerenti con l'idea di realtà che ho nel livello di coscienza in cui mi trovo.
Ora, preso atto di tutto ciò; preso atto che prendo dati incerti, incompleti e dubbiosi, li strutturo in una realtà ipotetica il quanto più coerente possibile con “l'idea di realtà che ho”; preso atto di ciò, mi rendo conto che questa “percezione della realtà” in un certo momento la memorizzo in uno o più ricordi.

Cosa significa tutto ciò? Significa non solo che la realtà che strutturo potrebbe differire in modo più che significativo con la realtà strutturata da un altro, ma significa anche che le cose non sono andate come ricordo. Se la mia vita fosse il ricordo che ho di essa, il ricordo delle strutturazioni fatte, allora la mia vita è un punto di vista e ciò che chiamo “io” è anch'esso un punto di vista. La mia vita è la sensazione che ho avuto delle percezioni, interne ed esterne.
Ma così come una nuvola è “un gatto” e poco dopo, con uno sforzo, posso far si che diventi un drago, così posso fare con la mia vita. Ma significa ancora di più. Dato che strutturo la realtà non solo in base ai dati percepiti dai sensi (dubbiosi, imprecisi e a volte errati) ma anche confrontando questi dati percepiti con i ricordi (a loro volta strutturazioni di dati dubbiosi, imprecisi e a volte errati), per poter conoscere, riconoscere e imparare, quella che chiamo realtà acquisisce ancora di più la connotazione dell'illusione, della creazione.

Allora mi chiedo “chi sono”? Allora mi chiedo “dove vado”? Ma sopratutto, chi è che fa tutte queste domande? Chi è che osserva? Posso chiudere gli occhi e osservare me stesso, osservare lo sguardo che osserva me stesso. Sento che esiste un punto di vista “altro”, come se fosse qualcosa che non può essere guardato se non da se stesso (Krishna direbbe ad Arjuna: “osservare il Sé in Sé con il Sé”).
A queste domande posso dare una risposta completamente nuova.
Che cosa mi impedisce di essere/ricordare/andare-verso qualcosa di completamente diverso?

venerdì 27 maggio 2016

Sensi provvisori

"Se persegui un fine, ti incateni. Se tutto ciò che fai lo fai come un fine in se, ti liberi"

Ogni volta che penso che ci sia un obiettivo, un traguardo finale, un punto d'arrivo, chiudo il futuro, interrompo il fluire eterno della vita. 
Sono continuamente catturato da una immagine di "illuminazione", di quello stato in cui "finalmente mi fermo" e contemplo la pace, la fine della sofferenza. 
Questa è la mia grande resistenza. La resistenza che ho ad abbandonare questo modo di strutturare la realtà. L'attuale incapacità di eliminare "la morte"; la tendenza a mettere quindi una "fine" anche al mio processo di crescita. La mia illusoria finitudine mi "obbliga" a vedere la finitudine ovunque, anche nel percorso di crescita, diventa "imparare fino ad un certo punto" invece di "imparare senza limiti".

Senza, limiti. Senza.
Ogni passo, ogni percorso, non può portare "sul tetto", ma può portare al pianerottolo successivo. E se questo è il modo corretto, se il percorso è salire, salire e ancora salire, in un "ascendere di comprensione in comprensione", allora fissare lo sguardo sul pianerottolo successivo è fuorviante. 

Il pianerottolo è un momento in cui prendo fiato, prima di salire il gradino successivo. Ma se le cose stanno così, passo molto ma molto più tempo sulle scale che sui pianerottoli.
Allora, forse, vale la pena che, mentre salgo, invece di stare con lo sguardo fisso sul pianerottolo, immaginando quanto sarà bello stare lì, quanta soddisfazione, quanto prestigio, quanta autostima vi dimorano, io goda della salita, goda del piacere di ogni gradino, della fattezza di quel gradino, di come quel gradino mi aiuta a prendere il gradino successivo, di quanto sia difficile salirlo o lasciarlo. Vale la pena che io goda del processo generale, dell'azione del salire e delle resistenze.

E così ogni scalino diventa un pianerottolo, per ogni singolo gradino "è bello stare lì"; in ogni gradino "vi dimora la soddisfazione" e perché no, anche il prestigio e l'autostima. E in ogni gradino, per salire, devi abbandonare quella soddisfazione e fortunatamente anche quel prestigio. E "ogni cosa come un fine in se" non vuol dire quindi "fai il che cazzo ti pare quando ti pare". 

Ogni singolo gesto. Ogni singolo atto, materiale o mentale, può essere a volte un contorno, ma può essere un passo, un gradino e in quanto tale vi può dimorare l'eterno, come l'abisso.

"Parliamo allora dell’unica cosa che meriti di essere trattata: l’abisso e ciò che l’oltrepassa."

lunedì 23 maggio 2016

Livelli di coscienza

Quando dormo, non percepisco alcuni suoni, non percepisco alcune luci, in pratica percepisco dai sensi solamente quei dati che superano una certa soglia o che la coscienza nel livello di sonno riesce ad interpretare come necessari a svegliarmi. Anzi, mi correggo: tutti i dati mi arrivano, ma la coscienza, in livello di sonno, struttura quei dati in modo da mantenere il livello di sonno, integrandoli nella struttura fin quando un dato non perturba la struttura stessa obbligando ad un cambio di livello; questo vale per i dati dei sensi interni ed esterni, come per i dati di memoria. Quindi la coscienza prende tutti questi dati, li traduce, li trasforma, li allegorizza, li rappresenta, cercando di includerli in qualche modo nel livello di sonno (come immagini in un sogno ad esempio). In tal modo, la coscienza, mantiene il livello di sonno e continua a svolgere tranquillamente (più o meno) il suo lavoro nel livello in cui si trova. Come il Maestro ci ha spiegato, il livello tende a mantenersi.
Dal punto di vista del livello di veglia, la coscienza mentre dorme non vede e sente “correttamente” quello che sta accadendo, poiché gli impulsi sensoriali vengono “tradotti” in un modo diverso da quello usato in veglia.

E qui sorge la una comprensione che mi colma allegramente di dubbio.

E se nello stato attuale di veglia o anche coscienza di se... se in questo livello di lavoro della coscienza, stessi facendo esattamente la stessa cosa? Anzi, mi correggo: sono certo che sto facendo esattamente la stessa cosa!

In questo momento, nel livello di veglia e anche in quei brevi periodi di coscienza di se, mi arrivano dati, dati dai sensi interni ed esterni, dati dalla memoria, dati “dalla realtà”; questi dati la coscienza li struttura in modo da mantenere il livello, in modo da poterli correttamente inserire in questo livello e continuare a svolgere tranquillamente (più o meno) il suo lavoro nel livello in cui si trova. Dal punto di vista della “coscienza superiore/oggettiva”, la coscienza in veglia non vede e sente “correttamente” quello che sta accadendo. Sto quindi strutturando tutte le informazioni che ricevo, a partire dal livello di veglia in cui mi trovo e quindi la coscienza non fra altro che rappresentare questi dati in modo che siano “comprensibili”, e “accettabili” nel livello di lavoro di veglia; in modo che non “perturbino” il livello di veglia in cui mi trovo. Dal punto di vista del “risveglio” sto, in tutto e per tutto, dormendo.

Di rado percepisco il reale in modo nuovo e allora capisco che ciò che vedo di solito assomiglia al sogno o al dormiveglia.
...
Quando ero realmente sveglio andavo ascendendo di comprensione in comprensione
...
La reale importanza della vita da sveglio si fece chiara in me.

Chiamate uno bravo, perché 'sta cosa mi ha ammazzato! :D
Che esista o meno questo altro “livello di coscienza” (personalmente credo nel messaggio e che quindi esista il “vero essere sveglio”), comunque ho la certezza basata sull'esperienza, che quello che faccio è una strutturazione e che quindi la realtà non è “così” (se mai esiste un modo in cui la realtà “è”). Non è più una nozione studiata, compresa e accettata perché logica, funzionante e fornita dal Maestro. Ora ho la certezza inamovibile che la realtà in veglia è una strutturazione di dati (interni, esterni, dei sensi, della memoria, della struttura stessa), incompleti e dubbiosi, fatta dalla coscienza, utilizzando lo stesso meccanismo utilizzato durante il sonno, semplicemente ad un livello diverso. E questo innegabile fatto sento essere DETERMINANTE.

venerdì 20 maggio 2016

Biografia in azione

Percepisco.

Nel riconoscere un oggetto percepito (sia tangibile o intangibile, interno o esterno), ricordato o immaginato, sto effettuando un confronto con quanto già percepito/ricordato/immaginato e da quel momento questo oggetto, che sia avvenuto il riconoscimento o sia un conoscimento in quanto nuovo, si va a depositare nella memoria e sarà quindi un nuovo oggetto da riconoscere, riconoscibile, da usare come strumento di confronto. Registro l'oggetto, con tutta la compresenza (oggetti presenti nel campo di compresenza, stato della struttura, clima eccetera).

Tutto ciò che percepisco, lo faccio a partire da informazioni presenti, dal campo di compresenze globale che è la somma di tutte le registrazioni avvenute. Percepisco non solo con i 5 sensi, non solo “oggetti” ma anche gli atti di cui ho “sensazione della risposta” (siano essi atti materiali o atti mentali). E anche queste percezioni avvengono a partire da un sistema di riconoscimento e registrazione basato su una serie di registrazioni già avvenute.

Qualsiasi percezione, qualsiasi giudizio, qualsiasi registro ho della realtà, non è altro che “la mia biografia in azione”, è il mio paesaggio che plasma la realtà attraverso il confronto, è un film proiettato su uno schermo non bianco, ma bensì multicolore, multicolore di ricordi, di registri, di climi, di tensioni, di distensioni. Il registro che ho della realtà è la mia coscienza che interpreta la percezione basandosi sulla biografia. Mettere in moto un'azione di trasformazione del mondo, è mettere in moto un'azione che trasforma il registro che ho del mondo, è un tentativo di “avere un registro diverso del mondo”; ogni azione trasformatrice è un'azione che trasforma il mio paesaggio e il cui effetto è quello di modificare la struttura che interpreterà la realtà successiva.

Fai attenzione a cosa depositi nel tuo paesaggio, perché da quel momento in poi farà parte della realtà., stai costruendo la realtà.

La reale importanza della vita da sveglio si fece chiara in me.
La reale importanza di distruggere le contraddizioni interne mi convinse.