venerdì 14 ottobre 2016

L'umanità e Dio

Ciao cari amici. E' con un certo pudore e un po' di vergogna che vi racconto di aver percepito un'intenzione “altra”, un'intenzione che esisteva prima di me ed esisterà dopo di me. 
Mi rendo conto che ammettere questa cosa mi è sommamente difficile, perché ho grande difficoltà ad immaginare qualche tipo di intenzione che non sia propriamente “umana” senza sentire il modo in cui per decenni mi è stato insegnato che questa cosa va sentita; senza immaginare quel dio, fatto in quel modo, con quelle leggi, con quelle caratteristiche, con quelle imposizioni, quella chiesa. Ho anche difficoltà a mettere la parola dio in maiuscolo, come se facendolo rendessi omaggio a quella chiesa che tanto disprezzo.

L'intenzione che ho percepito in realtà somiglia molto più al Tao di Lao Tze che a qualsiasi divinità “concreta” delle varie religioni, passatemi il termine, “-teistiche” di mia conoscenza. Ho sentito con irresistibile chiarezza questa intenzione, che posso paragonare al mare o al vento. Questa intenzione che, come il mare e il vento, non si cura delle singole barche; al mare e al vento non puoi chiedere di cambiare, di soffiare diversamente, di calmarsi; puoi opporti, vanamente, alla loro forza immensa, magari vincendo qualche battaglia, superando qualche onda, essere infine travolto da quella potenza, per poi ricominciare la battaglia; oppure puoi cercare di capirne il senso, la direzione, il funzionamento, e accompagnare quelle onde, quel vento, quel fluire immenso e possente, sentendoti finalmente libero vento in poppa e schizzi sulla faccia. Puoi opporti alle onde o usarle per muoverti velocemente più meno nella direzione di quella intenzione.

E' inutile pregare il vento e il mare di cambiare direzione. Puoi prendere energia dal mare e dal vento, puoi usarli se li senti, ma non li puoi “comprendere”... forse è un esercizio futile “parlarne” (di Dio non si può parlare, lo si può sperimentare). Questa intenzione è la forza stessa della storia, che ha sempre travolto qualsiasi epoca, ognuna delle quali si è sempre considerata “quella giusta, quella naturale, lo stato delle cose”. Ogni civiltà, ogni momento storico, si è sempre illuso di essere stabile, che le cose sono in un certo modo perché è naturale che siano in quel modo, ci saranno cambiamenti minori, ma “questo è Dio, questo è l'uomo, questa è la società, questa è la natura”... inevitabilmente la storia ha travolto questa granitica certezza e Dio, l'uomo, la società e la natura sono diventati altro. Inevitabilmente i pazzi di un epoca sono stati chiamati precursori illuminati dagli uomini dell'epoca successiva. 

Ma la storia, l'intenzione, non si è curata di questo. La storia ha travolto anche queste diatribe. Perché la storia non si cura più di tanto di Riccardo Coletta. E' Riccardo che può curarsi o meno della storia, contribuire o lasciarsi trasportare, anche opporsi, anche ritardando (se ha sufficiente influenza) per qualche misero secolo o anche millennio, l'arrivo del vento a destinazione. Ma quella forza primordiale, lanciata in qualche momento partendo da una qualche parte e diretta verso qualche altra parte, ha una direzione e nessuno potrà mai spostare quella spinta.

Questa forza storica, questa travolgente energia spirituale, ha fatto una cosa che mai mai avrei ritenuto possibile... e un po' mi vergogno a dirlo. Ieri, mi sono inginocchiato, poggiando la fronte in terra, e ho ringraziato. E non mi sono inginocchiato come ho sempre creduto che ci si inginocchiasse, ovvero per timore, per obbedienza, per reverenza. Mi sono inginocchiato perché ero commosso. Mi sono inginocchiato come si inginocchiano gli Zen, prima di fronte al seggio sul quale hanno meditato e solo dopo alla statua del Buddha, ringraziando per ciò che ha lasciato noi, per l'opportunità che la sua compassione ci ha concesso. Mi sono inginocchiato alla vita, a Riccardo, al Tao, a Dio, alla Morte, a tutti voi che contribuite giorno per giorno, ognuno a modo suo, alla forza storica che cerca la luce. Ho pregato come non ho mai pregato prima. E per un attimo, un'allegria immensa e incontenibile. Per un attimo, tutto era giusto e io ero giusto. Per un attimo, il sospetto del senso.

Vorrei ringraziare uno per uno tutti voi, che in un modo o nell'altro avete contribuito a che io fossi qui, ora, in questa situazione, a fare quello che sto facendo.

Ringrazio mio fratello, presenza indubitabile, colonna inamovibile
Ringrazio papà, che straordinario uomo
Ringrazio Raffa, più di15 anni insieme, ci vuole una lettera tutta per te, ma non esistono parole
Ringrazio mamma, follia di incomprensibile amore
Ringrazio Filippo, preoccupata compassione e tenerezza
Ringrazio Alberto, con lo sguardo altero/canzonatorio. Tanta robba.
Ringrazio lo Zio Eracle, improbabile amico dalle risate smodate, mai banali né inutili
Ringrazio Chiara, per “E mo basta!”, il De Lollis, eravamo piccolini, che potenza che sei
Ringrazio Emiliano, asceta sereno cosciente, che appare da lontano chiamato dal Senso
Ringrazio il Dibbi, impensabile e trasparente
Ringrazio Ruggero, concentrato delle virtù che vorrei manifestare
Ringrazio Sara, stella brillante
Ringrazio Alice, piccola piccola, grande grande
Ringrazio Cecilia, una spremuta d'amore forte, senza ghiaccio grazie, da bere piano
Ringrazio Roberto, delicato con tutto
Ringrazio Andrea, che te possino, che non ho mai visto vacillare nella tua fede leggera
Ringrazio Viviana, giunta da chissà dove per accompagnarmi in questo viaggio
Ringrazio Rita, custode di una grande emozione, sorprendente nella sua puntualità
Ringrazio Bruno, e il caffè ristretto, che a pensarti mi viene sempre tanta allegria con una lacrima
Rosa, Luis, il Maestro. 
Li dovrei nominare uno per uno, tutti. I nomi m'ingolfano la gola, le lacrime gli occhi. Camillo, Agostino, Paolo, Marco, Fulvi vari, Sandro, Alessandro, le Berarde e le Crocche, Chiara e Manuela Moncada bellissime da togliere il fiato, Emanuela, Stefania, le Federiche, Michele e Michele, Nenna, Alicia da cui ho dato il nome a mia figlia, Dario Ergas, Salvatore, GiovannaMiriam, Gianni, Betta, Kate, Lollo, Dario, Enza, Federico, Lorenzo, Marietto, Saed, Monica, Gianluca, qualche Claudio, Maria, Fernando, Laura, Loredana... voi e le vostre famiglie, i vostri amici, coloro che vi hanno reso ciò che siete per poi incontrare me... siete tantissimi... non c'è file né cuore abbastanza grande a tenervi tutti, a tenere tutto, a tenerne uno. Quanti nomi ho dimenticato. Quanti nomi non conosco nemmeno ma mi sono dentro comunque.
Vorrei che ognuno potesse sentire quanto sono grato, leggere quanto scrivo, che questo testo facesse il giro del mondo passando nelle mani di ogni essere umano che mi ha sfiorato. Quanto siete importanti dentro di me. Tutti e ognuno. Tutti i giorni.

Per ognuno di voi c'è un “quella volta lì” che non dimenticherò mai e che ha fatto di me ciò che sono.

mercoledì 12 ottobre 2016

Il Silenzio

Imparare l'arte del Silenzio è un esercizio quotidiano che richiede alcune precauzioni. 

La prima è un grande affetto nei confronti di se stessi, una grande cura. Accogliere se stessi con un grande abbraccio, pieno di gratitudine per il Sacro che si manifesta nella semplice attesa del Silenzio. Perché innanzitutto il Silenzio non si cerca, ma si aspetta.

La seconda è la pazienza. Un vero Silenzio non sempre si produce dall'oggi al domani e non sempre si manifesta. E' un percorso che richiede sempre una sincera necessità e un profondo rispetto per il proprio percorso interno. E' non duale, non dicotomico, non compensatorio. Ogni volta che cerco il Silenzio, esso è come il Tao e mi sfugge. Con pazienza, torno all'essenziale e accetto che non ogni giorno è quello giusto per il Silenzio e solo quando accetto che possa non esserci Silenzio, esso ha campo per manifestarsi... perché non si può riempire ciò che è pieno.

La terza precauzione è quella della benevolenza. Non sarà facile, riempirò continuamente questo Silenzio con contenuti più o meno casuali. La benevolenza è l'unico modo per avvicinarmi a quel Silenzio. Sorridere alla divagazione, ai rumori, agli insogni, a tutte quelle immagini e a quella voce che pare eterna, inesauribile, che sembra descrivere a me stesso continuamente ogni singolo pensiero.

Il Sé più profondo non è quella voce incessante che parla di tutto, che mi descrive ogni percezione, come una interminabile telecronaca del vivere. Il Sé più profondo è l'ascoltatore. Ogni volta che mi racconto qualcosa, è l'io che racconta e il Sé che ascolta in paziente attesa di un po' di Silenzio. L'io racconta perché ha paura e deve controllare, formalizzare, schematizzare, perché non è in grado di arrivare all'essenziale.

Con affetto, pazienza e benevolenza, occasionalmente, si può dare riposo alla telecronaca e si produce il Silenzio. Simile allo spazio interstellare, in esso vive una calma e una tranquillità di una dimensione così aliena, che più volte sono fuggito atterrito di fronte all'immensità dell'infinito.

In quel Silenzio ho sentito il rumore del tuono sotto le coperte, lo scrosciare della pioggia in una commovente giornata autunnale, lo scorrere delicato del ruscello.
Il Silenzio non si può afferrare perché ogni gesto è rumore.
Il Silenzio non si può capire, perché ogni pensiero è rumore.
Il Silenzio è un'esperienza che non esiste, eppure ogni volta ne esco turbato.
Non posso sentire il Silenzio né ricordarlo, ma sono certo di esserci stato, non chiedermi perché.
Sento che ha a che vedere con la Resa, con la maiuscola. Con la naturalità che si esprime. Con l'essenza. 
Lo stato di serenità è lo stato naturale del Sé, l'inquietudine è un disturbo. Come la salute e la febbre sono rispettivamente lo stato naturale e un disturbo per il corpo.

Vale davvero la pena mettersi un po' di tempo ogni giorno in uno stato di attesa del Silenzio, come se se avessi fatto una domanda importante e stessi aspettando una risposta, che giungerà in un sussurro appena udibile, sapendo che la risposta arriverà, ma non avendo idea di quando questo avverrà, solo che invece di arrivare una risposta, arriverà una domanda.

lunedì 10 ottobre 2016

Il centro di gravità

Ultimamente ho avuto la chiara sensazione di aver fatto una cosa importante, che ho chiamato “configurare il mio punto di ripristino”. Si tratta di un luogo dell'essere a cui tornare ogni volta che mi perdo, un monolite da cui lanciarmi di volta in volta verso l'infinito e a cui tornare ogni volta che ho necessità di riposo, un centro di gravità che mi permette in qualsiasi momento di sapere dove sono. Un porto sicuro in cui riposarmi dopo lunghi e perigliosi viaggi.

Quando incontri una grande forza, allegria e bontà nel tuo cuore, e quando ti senti libero e senza contraddizioni, ringrazia immediatamente dentro di te. Se ti succede il contrario, chiedi con fede, e il ringraziamento che hai accumulato tornerà amplificato e trasformato in beneficio.” - Silo

E' grazie a queste parole del Maestro che ho potuto trovare questo luogo interno, quest'ancora della coscienza. Non dimenticando mai di ringraziare ogni volta che ho la sensazione di aver fatto un buon passo, o un buon pasto, di aver compreso una cosa, vado fortificando questo centro luminoso.

"In qualche momento del giorno o della notte, aspira una boccata d'aria e immagina che arrivi al tuo cuore,
Allora, chiedi con forza per te e i tuoi cari.
Chiedi con forza per allontanarti da tutto ciò che è contraddizione; chiedi perché la tua vita abbia unità.
Non dedicare molto tempo a questa breve orazione, a questa breve richiesta, perché basterà che tu interrompa un istante ciò che sta accadendo nella tua vita perché nel contatto con la tua interiorità si sveglino i tuoi sentimenti e le tue idee.
Allontanare la contraddizione è lo stesso che superare l'odio, il risentimento, il desiderio di vendetta.
Allontanare la contraddizione è coltivare il desiderio di riconciliazione con gli altri e con se stessi.
Allontanare la contraddizione è perdonare e riparare due volta ogni male che è stato fatto ad altri"
Silo.

Questi due semplici atti, il ringraziare e la richiesta, ripetuti con fede, hanno prodotto in me un centro di gravità. Quando durante il giorno, mi rendo conto di dormire, mi sveglio e torno a questo centro, a questo punto di ripristino; da lì riprendo il cammino e ho come la sensazione di non poter più tornare indietro oltre questo punto, fin quando continuerò a nutrire questo centro.

La vita diventa quindi una ricerca del centro, la costruzione del centro, l'evoluzione del centro, l'innalzamento del centro, sempre più su, sempre più avanti. La brama perde lentamente il suo potere ipnotico, poiché allontana dal centro addormentando lo sguardo.

Mi perdo nei miei insogni, svegliandomi dopo ore senza sapere come sono giunto dove sono, e torno al punto di ripristino, al rifugio sicuro, e non ho più paura. Non ho più paura di lasciare il rifugio perché so che c'è il rifugio, che c'è il centro. Divento esploratore di me stesso, spinto dal centro, sicuro nel centro.

“Così, oggi vola verso le stelle l'eroe di quest'età. Vola attraverso regioni prima ignorate. Vola verso l'esterno del suo mondo e, senza saperlo, è spinto verso il centro interno e luminoso.”

martedì 4 ottobre 2016

La Coerenza

La coerenza. Pensare, sentire e agire in un'unica direzione.
A dirlo sembra chiarissimo. Il concetto sembra semplice e lampante.

Ma come fare quando voglio una cosa che non voglio? Quale che sia la mia azione, sarà in contraddizione con una parte di me.

Comprendo allora che la coerenza non è semplicemente la coincidenza di queste tre cose, ma il frutto di un nuovo livello di coscienza, un nuovo atteggiamento nei confronti della vita, dell'essere e del Divino.

La coerenza sorge come percezione del Divino, del Profondo, del Sacro. Quando mi connetto con gli “spazi” più profondi, quando per alcuni momenti l'ego smisurato non riesce a fermare tutto, qualcosa filtra da quegli “spazi” senza tempo e senza spazio. Quando quel qualcosa filtra, non ho più dubbi. Come disse mia figlia: “l'anima sa cosa fare, ma la mente si confonde”. Quando la coscienza è toccata da quella forza primordiale, quel processo storico inarrestabile, il Divino non rappresentabile, so esattamente cosa fare, come farlo.

In queste occasioni speciali posso lanciare la coerenza nella vita, come compresenza, come segnale occulto che si manifesta in forma di direzione, di tendenza.

Non rimangono che vaghi ricordi di quel segnale di Dio. Non rimane che una inafferrabile sensazione di chiarezza, di certezza. Mi rimane però inequivocabile un registro di coerenza; un registro chiaro che da qualche parte so esattamente cosa posso fare, dove posso andare, che esiste un senso in tutto questo, che esiste una direzione evolutiva e che essa è reale, indubitabile. La ragione non può capire questa cosa; la coscienza non può rappresentarla; imparo a lasciarla così come è perché la ragione, per parlarne, la deve degradare, abbassare fino a renderla rappresentabile.

Gli zen dicono: “Rendi il tuo spirito simile al vento, che passa su tutte le cose senza attaccarsi a nessuna di esse”. Questa cosa mi piace, perché il vento non ignora le cose su cui passa. Il vento le accarezza, le muove, producendo dolci melodie di foglie o terribile frastuoni di tempesta. Il vento non è indifferente, ma non si attacca alle cose, arriva, gioca con le cose, poi va via. Ma senza senza volerlo o non-volerlo, si porta dietro un profumo, che poi lascia altrove, così, “naturalmente”.

Percepisco un pensiero lontano. 
Una sottile linea divisoria separa il “lasciarsi vivere” dal “lasciare che la Vita si esprima”. La Vita, quella con la “V” maiuscola, il Senso, l'Essere, la Luce, il Tao, Dio, l'Intenzione. Quando sono in presenza di quella luce, lascio che si esprima; quando ci riesco ho un vissuto indubitabile sulla giustezza delle nostre scelte; quella è la Coerenza.

Asimov, in “Fondazione e Terra”, esprimeva questa comunione con l'essenza stessa dell'universalità, attraverso il pianeta vivo Gaia, fatto di tutta materia cosciente e cosciente di se, dalla pietra delle montagne all'essere umano, a differenti livelli ovviamente, ma tutti connessi; gli esseri umani di questo pianeta usavano un pronome diverso quando si riferivano a loro stessi in quanto membri di Gaia invece che a loro stessi in quanto individui: “Io-Noi-Gaia”, declinato nei verbi in prima persona plurale asessuato (asessuato che, ahi noi, in italiano poco si può rendere). Se si estendesse quel concetto a tutto l'esistente invece che ad un singolo pianeta, avremmo “Io/Noi/Tutto”, il Tao. In cui non perdo la mia particolarità (“Io”), ne rendo compartecipe l'umanità (“Noi”), prendendo atto che esiste solamente come parte di un tutto.