lunedì 31 ottobre 2016

Strutture

Ogni cosa è in struttura con altre cose. Qualsiasi mio atto (che sia un atto mentale o un'azione diretta verso il mondo esterno) è frutto di un'intenzione più o meno manifesta; è frutto di un qualche insogno o di una qualche aspettativa. Questo atto si relaziona immediatamente con altri atti, con altre intenzioni (che siano intenzioni mie o intenzioni di altri esseri umani).

Si crea quindi una struttura di intenzioni, che s'influenzano l'un l'altra in un processo continuo inarrestabile, che va a formare una sorta di struttura universale che registro come “l'intenzione dell'umano”... e l'individualismo appare un'assurdità... ma anche la stessa individualità perde gran parte della sua inerzia.

Il superamento della sofferenza lo vivo quindi come un allontanamento dello sguardo dal particolare per percepire il generale. L'ampliamento della coscienza passa attraverso l'allargamento dello sguardo; allontano lo sguardo dal fenomeno per percepire la struttura di cui questo fenomeno fa parte; come interagisce con altri fenomeni, come si influenza con altri fenomeni. Si tratta di allargare il campo di compresenza?

Quel piccione zampetta in Villa Borghese, e il suo zampettare è in relazione con la terra, con i semi, con gli alberi e quindi con me che guardando quegli alberi e quel piccione sento qualcosa o qualcos'altro. Allontanando lo sguardo dal fenomeno, vedo la struttura. Quando percepisco la struttura di cui il fenomeno fa parte, chiudo la scatola, smetto di osservare i componenti della struttura e osservo la struttura che si relaziona con altre strutture.

Il lavoro diventa quindi quello di salire di livello in livello. Ogni volta che riesco a rilassare lo sguardo e a vedere i fenomeni in struttura, smetto di “osservare” i fenomeni e mi concentro sulla struttura, che diventa un oggetto della mia osservazione. Questo “oggetto” si relaziona con altri “oggetti” (li influenza e ne è influenzato), formando una struttura “di livello superiore”.

Di struttura in struttura, mi allontano sempre più dalla particolarità dei fenomeni, avvicinandomi all'essenzialità delle cose. Paradossalmente, più mi allontano, più vado a fondo. Tutto questo mi sembra in relazione su ciò che il Buddha definiva come distacco e anche con la rinuncia al controllo a favore dell'influenza (il controllo è il particolare e il determinismo, mentre l'influenza sono le strutture e la libertà).

A volte, succede che salendo di struttura in struttura, mi trovo in presenza di una struttura che comprende tutto ciò che è, ciò che può essere, ciò che è stato, ciò che sarà e ciò che non può ancora essere. Questa intuizione è inconcepibile e non può essere afferrata dalla coscienza, poiché sono in presenza di qualcosa che contiene la coscienza stessa. In quei momenti di grande ispirazione, mi sembra come se la coscienza fosse uno strumento in mano ad “altro” e che questo strumento, ad oggi, non è completamente adeguato allo scopo: come se questo “altro” dovesse togliere viti con un coltello invece che con un cacciavite. Mi sembra che lo scopo di tutto il mio lavoro sia allora affinare questo strumento e renderlo il più malleabile, poliedrico e multifunzionale possibile; sento la grande necessità di lasciarmi cambiare da questo “altro” che risiede nel profondo della mia coscienza.

venerdì 28 ottobre 2016

Stare e divenire

A volte mi capita di essere soddisfatto di come sono, di avere la chiara sensazione di “aver raggiunto un ottimo punto”. Ho scoperto oggi in quale modo l'illusione s'insinui in questi momenti.

Non c'è nulla di male nel “sentirsi bene”, di pensare di “essere in una buona situazione interna e vitale”... anzi, è una cosa estremamente positiva, che è bene io accolga e ringrazi. L'illusione è quella di pensare che sia soddisfatto di una situazione statica, di essere soddisfatto “così come sono senza bisogno di cambiare altro”.

Questa illusione mi porta a pensare che potrei “fermarmi qui” e vivere così come sono per il resto della vita. Questa è l'illusione, questo è il mio fondamentale errore di calcolo, il mio fondamentale fraintendimento.

Quello di cui sono soddisfatto, la cosa che mi dà una grande fede nel futuro, non è lo “stato statico” in cui mi trovo... quella è un'illusione dell'io che vive e percepisce per fotografie, fotogrammi, privi della struttura temporale e dinamica dell'esistenza. Quello di cui sono soddisfatto, la cosa che mi fa provare quell'euforia “immotivata”, quella fede nel mio processo interno, è lo stato di evoluzione in cui mi trovo.
Sono appagato dal mio divenire e non dal mio essere. E' il mio stato di accettazione del cambiamento che provoca l'insorgere di quella sensazione di futuro aperto, quella sensazione di poter star bene in modo duraturo. Questo è apparentemente il paradosso: sto bene come sto, quando sono nel cambiamento, nell'evoluzione, quando non sono mai come ero, quando non sono come sono ma come sarò.

Come disse Ortega y Gasset
"Siamo ciò che essa [la vita] è e niente altro - però questo essere non è predeterminato, definito in anticipo, ma dobbiamo deciderlo noi.
[...]
Vivere è decidere costantemente cosa diventeremo. Non si percepisce il favoloso paradosso che questo contiene?
Un essere che più che essere quello che è, è quello che sarà; pertanto è ciò che non è ancora.
Questo essenziale e abissale paradosso è la nostra vita

Ogni volta che mi sento bene, il desiderio di permanere in questo stato in modo statico e immobile, è l'inganno che in breve si conclude nell'insoddisfazione di ciò che sono, perché non ero felice del mio essere ma del mio divenire.
Ogni volta che mi sento bene, se rimango presente a me stesso e comprendo che mi sento bene nel mio stato di instabilità, di evoluzione, di squilibrio verso l'alto, di mutamento e accettazione dell'inevitabilità dell'esistere proiettato sempre più su e sempre più avanti, non perdo questo “sentirmi bene”. Anche quando si presentano conflitti, mantengo il timone ben saldo.

Ecco il mio gioioso paradosso. Per continuare a “stare bene” devo smettere di essere quello che sono per essere ciò che voglio essere, istante dopo istante. Smettere di essere ciò che si è riusciti ad essere appena lo si riesce ad essere, per diventare ciò che si muove per essere ciò che non si è ancora. La vita ha un senso solo quando è in movimento, perché “senso” non è solo “significato” ma anche “direzione”. E' qualcosa che coinvolge il mondo, mondo in cui sono incluso e che includo, indissolubilmente.

mercoledì 26 ottobre 2016

Influenzare

Le cose sono come sono. Né come credo che siano, né come vorrei che fossero.

Controllare è contrarre. Influenzare è rilassare.

Controllare è violenza. Influenzare è amore.

Controllare è legato all'esito. Influenzare è legato alle possibilità.

Controllare è negare l'altro. Influenzare è affermare l'altro.

Controllare è piegare. Influenzare è aprire.

Controllare è due. Influenzare è uno.

Controllare è privare. Influenzare è accettare.

Controllare è voler cambiare. Influenzare è accettare il cambiamento.

Controllare è negare se stessi. Influenzare è crescere.

Controllare chiude il futuro. Influenzare non ha limiti.

Controllare ha una fine. Influenzare è eterno.

Controllare è miope. Influenzare va al profondo.

Controllare è illusione. Influenzare è risveglio.

Controllare è negare. Influenzare è comprendere.

Controllare è chiuso. Influenzare è aperto.

Controllare è frustrante. Influenzare è liberatorio.

Controllare è pesante. Influenzare è soave.

Controllare è “ego”. Influenzare è accettare di essere influenzato.

Controllare è illusione di perfezione. Influenzare è coscienza dell'imperfezione.

Controllare è credere di sapere. Influenzare è sapere di non sapere.

Controllare è pragmatico. Influenzare è intuitivo.

Influenzare significa agire nel mondo e verso i miei cari, proiettando nel “fuori” la parte migliore di me, accettando che quest'azione trasformerà gli altri in modi a me sconosciuti e contemporaneamente trasformerà me stesso. 
Influenzare accetta che le cose vadano come devono andare e che l'altro è altro. 
Influenzare è comprendere che agire fuori è agire dentro.
Influenzare significa affermare il mio amore per l'altro, per ciò che può diventare e a cui io posso dare il mio contributo in totale libertà; libertà per me di darlo, libertà per l'altro di farne ciò che vuole.
Influenzare è sperare il meglio per l'altro, sinceramente e apertamente.
Influenzare è comprendere che il meglio per l'altro è il meglio per l'altro e non ciò che io penso sia il meglio per l'altro.
Influenzare è naturale, lo si fa semplicemente esistendo e maggiormente agendo, è a costo zero. 
Essere coscienti della propria influenza ci sprona a diventare persone migliori, ad agire per il meglio, ad irradiare più luce.
Essere coscienti della propria influenza richiede la coscienza di non poter sapere come questa influenza agirà e quanto lontano arriverà, quindi presuppone assenza di controllo.

1. Andare contro l'evoluzione delle cose è andare contro se stessi
2. Quando forzi qualcosa per raggiungere un fine, produci il contrario
...
4. Le cose stanno bene quando vanno insieme, non quando vanno separate
...
7. Se persegui un fine, ti incateni. Se tutto ciò che fai lo fai come un fine in se, ti liberi
..
10. Quando tratti gli altri come vuoi essere trattato, ti liberi

lunedì 24 ottobre 2016

Controllo e Influenza

Continuo a pensare al lasciare andare.

Smettere di tentare di avere il controllo totale. 

Ci sono cose di cui non posso avere il controllo e ci sono situazioni che per mantenere sotto controllo richiedono di forzare, di piegare.

La domanda da porsi è: ne vale veramente la pena? E' una questione di economia. Per rispondere adeguatamente a questa domanda, bisogna porne molte altre ed tentare di essere veramente onesti con se stessi

Cosa voglio ottenere?
Cosa succede se non controllerò questa situazione?
A discapito di chi o di cosa va questo mio controllo?
Ci sarà un conflitto per ottenere questo controllo?
Questo conflitto, con chi o cosa è?
Quanta energia richiederà vincere questo conflitto?
Quanta energia richiederà convivere con gli effetti di questo conflitto?
Vincere o perdere sarà differente nella sua essenza?

Faccio un po' di silenzio. Inspiro profondamente. Espiro profondamente. Ancora. Ancora. Cosa si nasconde dietro questa necessità di controllo? Cosa si nasconde dietro la infondata certezza che le cose sarebbero migliori se si facessero, andassero o succedessero esattamente come dico io?

Per quanto io possa tentare di controllare tutto, le cose sono come sono e vanno come vanno. Tentare di influenzare il mondo che mi circonda ha un senso, tentare di controllarlo no. L'influenza è un'azione lieve, decisa, cosciente e possibilista perché non legata all'esito. Il tentativo di controllo è un'operazione pensante, contratta, attaccata al risultato, frustrante nel suo fallimento. Per influenzare devi connetterti con le cose e le persone, con ciò che sono e ancor più con ciò che possono essere. Per controllare devi spogliare le cose e le persone della loro essenza, e ti connetti con ciò che credi delle cose e delle persone, con ciò che vuoi che siano.

Inspiro profondamente. Espiro profondamente. Una, due, tre, dieci volte. Il controllo non può esistere nel silenzio e il desiderio di controllo non può esistere nella calma e nella pace. Nella pace esiste la propria influenza, la propria essenza e l'essenza delle cose. Nella calma, la propria influenza è paradossalmente forte quanto la propria rinuncia al controllo; nel connettermi con la parte migliore di me, intuisco che le cose sono come sono e tutto è parte di una struttura in cui sono incluso. Se tento di controllare, sono controllato, sono determinato, sono imprigionato nelle regole dell'ego e del prestigio. Se accetto di non avere il controllo, posso far si che la parte migliore di me si esprima... quella parte di me che non risponde alle regole, che sfugge alla dicotomia degli opposti, che non ha controllo perché non può essere controllata.

Divento testimone della natura più profonda dell'essere umano che illumina ciò che tocca. Divento testimone dell'incomprensibile essenza più profonda delle cose, che è tale solo quando non è concepita, concepibile, rappresentabile e quindi ne perdo l'essenza nel volerla possedere. Si tratta ancora di un lasciar andare, di un non controllare, di un vivere intensamente, con presenza di se, l'azione di ciò che non può essere controllato e quindi non può controllare.

Per un attimo ho la sensazione che tutte le cose andranno nell'unico modo possibile.